mercoledì 30 gennaio 2013

Il collant

Tra le millemila condanne che affliggono il genere femminile in quanto tale (vedi: ciclo, cellulite, uomini, eccesso di sensibilità, uomini, sbalzi d'umore, uomini), ce n'è una che si insinua sottilmente nella nostra vita...per poi cadere, perché in vita non ci sta mai. Siore e siori: il COLLANT.

Sexy.
Audace.
Intrigante.
Scomodo.

La pubblicità generalmente ci propone l'immagine di una modella con le gambe talmente lunghe che se si mettesse seduta davanti al Frejus i piedi le spunterebbero dall'altro lato del traforo. E già lì io avrei da obiettare, visto che la maggior parte di noi al massimo può aspirare ad avere le gambe della lunghezza che ci permette giusto giusto di salire in auto senza ausili esterni.
Come se non bastasse, la modella tira su il collant in modo talmente sensuale e con così tanta naturalezza che sembra che la prima cosa che ha imparato a fare da piccola sia stata mettersi da sola il pagliaccetto. Le persone normali, invece, la prima cosa che hanno imparato a fare è stato dire "cacca": con queste basi, come ci si può aspettare cotanta teatralità nell'indossare un collant?
Semplicemente, non si può.



La modella si mette in piedi, e appoggia la sua gamba filiforme su una sedia.
Noi, ci sediamo sul bidet e allunghiamo i nostri prosciutti davanti a noi.

La modella tira su il collant con leggiadria e senza smagliarlo.
Noi, prima di aver raggiunto la vita col collant abbiamo già tirato miliardi di fili, se non addirittura smagliato direttamente la calza con conseguente sequenza bestemmia/taglio dell'unghia isterico/lancio del collant nel cestino.

Una volta raggiunto l'obiettivo, ovvero appena ci siamo tirate il collant fino alla vita, ci adagiamo sugli allori. Ingenuamente.
La battaglia è solo all'inizio.
Il collant per i primi dieci minuti tace, resta lì.
Appena varchiamo la soglia della porta, esso si risveglia e comincia la fase di tortura #2.

Lentamente, scendono dalla nostra vita.
Ce lo ritroviamo in una posizione educatamente definita "filoparadiso".
Ecco, in quel momento, oltre al fastidio che provoca il bastardo, c'è un altro scoglio da superare: come fare per aggiustare il tutto con estrema nonchalance?
Le più audaci effettuano tale manovra - più difficile di un parcheggio a retromarcia - camminando e dissimulando il tutto con inaudita eleganza. Le più scarse (tipo la sottoscritta) sono costrette a fermarsi in un angolo, utilizzare il proprio fidanzato magrissimo-nonostante-mangi-di-tutto (tièèèè!) come schermo dalla pubblica visione ed aggiustare l'aggiustabile, che immancabilmente cadrà di nuovo dopo 4-5 minuti massimo.

Parlando di collant, è inevitabile andare a toccare anche lo spinoso argomento che da sempre fomenta dibattiti nell'universo femminile (ma anche maschile, diciamocelo): il collant color carne.
Personalmente, trovo che sia un'offesa alla pubblica dignità. Uno schiaffo alla sexyness. La morte della femminilità. 
Le calze color carne 20 denari ti insalamano la gamba donando alla stessa un riflesso color attore di CSI; mi riferisco ovviamente agli attori che interpretano il ruolo dei morti. Evidenziano la cellulite ed eventuali pelazzi che escono sono messi in risalto.


Per fortuna - non so se lo sapete - esistono le 8 denari. Quelle che tutte le volte provocano la domanda "ma sei sena calze?". Ecco, quelle sono il miracolo. 
Procuratevele. 
Fatene scorta come dovesse venire un attacco alieno. 
Amatele.

Per non parlare delle calze "color daino". Avete mai visto un daino di quel colore lì? 
Anche se lo fosse, si andrebbe subito a tingere il pelo dopo aver saputo di essere usato come paragone per una cosa così brutta.



Lo sapete poi qual è la contraddizione estrema?
Che noi indossiamo il collant per arrivare al beato momento in cui qualcuno ce li toglierà.
Che fregatura.





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